La leggenda del Grande Torino

La leggenda del Grande Torino

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Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola. Questa filastrocca i ragazzi della fine degli anni ’40 in Italia la conoscevano tutti. Era la formazione del Grande Torino, la squadra, anzi lo squadrone che aveva ridato orgoglio e dignità non solo allo sport italiano, ma ad un intero paese che era appena uscito, distrutto e umiliato, dalla Seconda Guerra Mondiale. Una delle più forti squadre italiane di tutti i tempi. Di sicuro la più leggendaria, la cui epopea si era svolta in un tempo in cui la scarsezza di mezzi di comunicazione ammantava di per sé qualsiasi impresa sportiva di un alone mitologico.

Mi raccontava mio padre che non c’era ragazzino in Italia alla fine di quel decennio terribile (cominciato con l’entrata in guerra di Mussolini e finito tra le macerie lasciate da quell’improvvida decisione) che non facesse il tifo per lo squadrone granata, a prescindere da dove fosse nato. Troppo forte era la sollecitazione alla fantasia di chi si affacciava allora allo sport ed alla vita stessa, per resistere al fascino di imprese mirabolanti culminate in una serie di vittorie che mai più nessuno è riuscito ad eguagliare.

Prima squadra a vincere Campionato e Coppa Italia nella stessa stagione nel 1942-43, in un paese che stava per crollare sotto il peso di una guerra insostenibile, poi il disastrato campionato 1943-44 giocato per come e per quanto lo permetteva il fronte che risaliva l’Italia e perso all’ultima partita da un Torino che prestava buona parte dei giocatori anche alla Nazionale (che aveva giocato due giorni prima della partita decisiva), poi infine la serie di quattro campionati vittoriosi consecutivi, dal 1945 al 1949. Fino a Superga.

Ma non era nei numeri la grandezza di quella squadra, bensì nella capacità di far sognare sia chi poteva ammirarla dal vivo allo Stadio Filadelfia di Torino, dove giocava allora, sia chi la seguiva nei resoconti radiofonici del leggendario Nicolò Carosio o sulle pagine dei quotidiani, come la rosea Gazzetta dello Sport. Nata dalla fantasia dell’imprenditore tifoso Ferruccio Novo e cresciuta attraverso sagaci investimenti e colpi di mercato in anni in cui la guerra lasciava poco spazio al mecenatismo calcistico, la squadra granata assemblò i pezzi migliori di allora e si dotò del sistema di gioco rivoluzionario che stava soppiantando il vecchio Metodo inglese che era valso all’Italia due titoli mondiali (2-3-5, secondo la terminologia moderna): il Sistema, appunto, o doppia W rovesciata (3-2-2-3), di cui il Torino – insieme alla Nazionale inglese del mitico Mortensen (quello del gol all’Italia dalla linea di fondo) – divenne il primo famoso esponente.

Ad impreziosire un insieme eccellente, Valentino Mazzola, padre di Sandro e Ferruccio, il più grande fuoriclasse dell’epoca, uno dei più grandi di sempre. Un campione a cui la inevitabile mancanza di copertura mediatica dell’epoca ha impedito di essere assimilato nell’immaginario collettivo a quell’Olimpo ristretto in cui abitano i Di Stefano, i Pelé, i Cruyff, i Maradona. L’uomo che tirandosi su le maniche dava il via al famoso quarto d’ora granata, il momento in cui al Filadelfia suonava la riscossa e il Torino ribaltava partite e travolgeva avversari.

Come nei poemi dell’Antica Grecia a cui sembravano ispirarsi, gli eroi in maglia granata erano grati agli dei e da questi vennero richiamati a sé ancor giovani. La storia del Torino finì il pomeriggio del 4 maggio 1949 sulla collina di Superga, dove il trimotore FIAT G 212 (che lo riportava da Lisbona dove aveva giocato contro il Benfica una delle tante amichevoli con cui rimpinguava il bilancio societario) andò a schiantarsi, complici la nebbia ed il destino. Alle 17,05 l’aereo urtò contro la parte posteriore della Basilica, ed i suoi 31 occupanti (calciatori, staff tecnico, equipaggio e giornalisti al seguito) morirono tutti sul colpo. Tra le vittime, anche Renato Tosatti, giornalista sportivo padre di Giorgio, inviato del Corriere dello Sport scomparso a sua volta pochi anni fa. Vivi per miracolo l’ex CT della Nazionale Vittorio Pozzo e la voce per antonomasia Nicolò Carosio, i quali all’ultimo momento si erano trovati a dover rinunciare alla trasferta.

«Ho sentito un rombo, paurosamente vicino, poi un colpo, un terremoto. Poi il silenzio. E una voce di fuori, È caduto un apparecchio!», avrebbe raccontato il Cappellano della Basilica. La favola bella del Torino era finita, la leggenda era appena cominciata. Al funerale, che al pari della tragedia ebbe risonanza mondiale, si calcola che fossero presenti circa un milione di persone. Tra coloro che resero omaggio, allora come cinquant’anni dopo nelle commemorazioni, Gianni Agnelli in rappresentanza di una Juventus il cui stile imponeva l’onore delle armi ai formidabili antagonisti di un derby che non si sarebbe giocato mai più, nonché di una FIAT che cavallerescamente aveva offerto a molti giocatori di quelli a cui adesso si stava dando sepoltura la salvezza dalla chiamata alle armi durante la guerra, facendoli passare per suoi “operai”.

E molte altre persone, da tutta Italia, a testimonianza della gratitudine verso chi aveva ridato al nostro paese motivo d’orgoglio e alla nostra gente qualcosa con cui distrarsi e sollevare lo sguardo ed il pensiero dalle tracce di quella immane tragedia da cui bisognava voltare pagina con una difficile ricostruzione. A Superga morì non soltanto una squadra di formidabili campioni del calcio e chi aveva cantato le sue gesta, ma anche quell’epoca eroica del calcio stesso che coincise con l’infanzia di una generazione, quella dei nostri padri, e con la nascita di una nuova nazione, l’Italia repubblicana appena riammessa nel consesso dei paesi civili.

Tributate le esequie agli eroi granata, ognuno tornò alla vita di tutti i giorni ed al proprio Campanile. Magari tenendosi nel cuore le immagini ed il ricordo del Grande Torino. Magari sperando nel profondo del cuore di rivederlo tornare prima o poi, da qualche parte, in qualche luogo o tempo, con qualche altra maglia.

«Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto in trasferta» (Indro Montanelli, dal Corriere della Sera del 7 maggio 1949)

 

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