La madre di tutte le partite – 2 (1950-1969)

La madre di tutte le partite – 2 (1950-1969)

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Gli anni 50 portarono finalmente la Fiorentina ad una nuova dimensione. Finita l’epopea del Grande Torino nella tragedia di Superga, seguì un periodo in cui gli squadroni del nord cercarono di riprendersi il predominio di prima della guerra. Le squadre a strisce si alternarono nelle vittorie. All’inizio del decennio alla Fiorentina toccò più che altro subire.

Il 15 gennaio 1950, nel match Fiorentina Juventus, un giocatore in maglia bianconera brevettò la prima rovesciata della storia del calcio. E il gesto atletico senza precedenti di Carlo Parola diventò poi il logo ufficiale delle figurine Panini.

I risultati negativi raggiunsero il culmine il 22 febbraio 1953, Juventus Fiorentina 8-0, il secondo peggiore di sempre. Poi successe qualcosa.

Dal 1952 presidente dell’A.C. Fiorentina era diventato Enrico Befani, imprenditore dell’allora fiorente industria tessile pratese. Befani portò subito la Fiorentina nelle zone alte della classifica. Già nella stagione 1953-54 la squadra finì la stagione al terzo posto. Nel 1955 ingaggiò quello che dopo essere stato un fuoriclasse come calciatore si apprestava a diventarlo anche come allenatore: Fulvio Bernardini. A sua disposizione Befani mise autentici fuoriclasse, come Julio Botelho detto Julinho, Miguel Montuori e Beppe Virgili. E la Fiorentina cominciò a volare, infliggendo ai bianconeri un netto 4-0 all’andata e un impietoso 2-0 nel girone di ritorno, finendo per vincere il primo scudetto della sua storia con cinque giornate d’anticipo e perdendo l’imbattibilità soltanto all’ultima giornata a Genova in una partita presa sottogamba (record superato soltanto dal Perugia dei miracoli nel 1978-79 e poi dalla Juventus di Antonio Conte nel 2012).

Il ciclo di Befani e Bernardini fu leggendario. L’anno seguente i viola arrivarono alla Finale della neonata Coppa dei Campioni (prima squadra italiana della storia), dove vennero superati dal Real Madrid di Di Stefano, una squadra piena di fuoriclasse (il dittatore spagnolo Franco aveva dato asilo ai giocatori della Grande Ungheria in fuga dalla repressione russa della rivolta di Budapest) e molto ben vista dalle autorità del calcio già allora, per motivi non soltanto sportivi ma anche politici.

La Fiorentina si rifece nel 1961 vincendo ad Ibrox Park in Inghilterra il primo trofeo internazionale della storia del calcio italiano a livello di club, la neonata (anch’essa) Coppa delle Coppe. Il decennio di presidenza di Befani, che l’anno dopo lasciò la presidenza a Longinotti, fu impreziosito da diversi secondi posti in campionato dietro ad un Milan pieno di campioni e anche un po’ favorito (soprattutto ci furono recriminazioni fiorentine nella stagione 1957-58). E da diverse vittorie contro la Vecchia Signora in quel periodo decisamente ridimensionata.

A quell’epoca, simbolo della Juventus e bersaglio delle antipatie fiorentine era Giampiero Boniperti, detto Marisa per i suoi atteggiamenti spesso lamentosi a proposito del gioco duro di cui gli avversari lo facevano oggetto. Boniperti chiuse la sua carriera nel 1961 proprio al termine di un match contro la Fiorentina. Appese le scarpe al chiodo e si dedicò alla carriera dirigenziale che l’avrebbe portato ad essere l’uomo di fiducia di Agnelli e il presidente della Gobba per diversi decenni.

Sul versante fiorentino, finito il ciclo d’oro di Befani, con Bernardini andato a proseguire la sua carriera di mago con un’altra impresa in quel di Bologna, dove batté la Grande Inter di Herrera nello storico spareggio del 1964, arrivarono gli anni della linea verde, della Fiorentina ye-ye. Prima con Longinotti, poi con Nello Baglini, fu costruita una nuova squadra di giovani speranze. A volte, per caso o per errore altrui, la Fiorentina riuscì a mettere le mani su autentici fuoriclasse, come Giancarlo Picchio De Sisti, scartato dalla Roma, o come Kurt Uccellino Hamrin, scartato proprio dalla Juventus perché troppo gracile, ceduto al Padova e poi da questo alla Fiorentina. Lo svedese tascabile sarebbe diventato la bestia nera della squadra che non aveva creduto in lui.

Ultimo epigono di una generazione svedese di fenomeni, Hamrin è stato il recordman della Fiorentina con 150 reti complessive segnate fino all’avvento di un altro giocatore straniero preso quasi per caso senza che nessuno credesse in lui, Gabriel Omar Batistuta, che finì la carriera in viola a quota 151.

Nella seconda metà degli anni sessanta, fu un botta e risposta tra viola e bianconeri. Vittorie alterne, dell’una e dell’altra parte. E a volte, a fine stagione, la piacevole sorpresa di trovare la Fiorentina davanti alla non ancora odiata ma sicuramente assai antipatica rivale del nord.

Nell’estate del 1968, la Fiorentina sembrò suicidarsi privandosi in un colpo solo di due fuoriclasse, il portiere Albertosi e il centravanti Hamrin. E invece……per uno di quei misteri di cui il calcio è pieno, i loro sostituti Superchi e Chiarugi si integrarono perfettamente in una squadra ormai perfettamente rodata e amalgamata, e……….la Fiorentina volò di nuovo. Con Pesaola in panchina e Chiarugi, De Sisti, Merlo e Amarildo in campo, la Fiorentina partì a rilento, perse in casa con il Bologna alla quinta giornata, e da lì in poi non si fermò più. Una cavalcata che ripercorse le imprese dello squadrone di tredici anni prima. Alla penultima giornata, con un solo punto che manca alla matematica certezza dello scudetto, i viola andarono a rendere visita alla Juventus in quel di Torino.

Era l’ 11 maggio 1969. Da lì partono i miei ricordi di bambino viola. Alla grande. Ricordo mio padre che mi tiene per mano, alle cascine, passeggiando su e giù nervosamente come decine e decine di altri signori con bambini. Nell’altra mano la radiolina incollata all’orecchio, l’audio talmente forte e nitido che lo posso sentire anch’io. La Fiorentina va in vantaggio, la Juve preme per pareggiare, Superchi para tutto, la Fiorentina raddoppia….si arriva al novantesimo. Ricorderò sempre finché vivo la voce che interrompe la radiocronaca in corso con l’annuncio: “Scusa, scusa, qui Torino, la Fiorentina è campione d’Italia.”

Ricordo la radiolina che vola via dalla mano di mio padre, e lui, che come decine di altri signori maturi, all’improvviso si trasforma in un ragazzino poco più grande di me, che ride e urla di gioia. E noi bambini che crediamo per un giorno che il mondo sia sempre bello come quel giorno lì….

(segue)

 

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