La madre di tutte le partite – 3 (1969-1982)

La madre di tutte le partite – 3 (1969-1982)

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Dopo lo scudetto, una buona partecipazione alla Coppa dei Campioni fino ai quarti di finale e una buona difesa del titolo contro il Cagliari di Gigi Riva Rombo di Tuono, arrivano anni a fasi alterne, sia per la prestazione complessiva in campionato, sia per quella specifica contro la Vecchia Signora, sempre più antipatica ma non ancora oggetto di odio.

Nei primi anni 70 la Fiorentina tenta di proseguire la politica della linea verde, innestando progressivamente nella squadra campione del ’69 i giovani talenti che via via vengono prodotti da un settore Primavera all’avanguardia. E’ il caso di Andrea Orlandini (il ragazzo di San Frediano che arriverà addirittura in nazionale, voluto dal mitico mister della rifondazione azzurra post mondiali di Germania 74 Fulvio Bernardini, che lo metterà addirittura a marcare Sua Maestà Johann Cruyff  nell’epico scontro di Rotterdam), di Moreno Roggi, di Vincenzo Guerini, di Alessio Tendi, di Mimmo Caso. Ma soprattutto, trovato per caso in una società satellite della Juventus in Piemonte, l’Astimacobi, il ragazzo che gioca guardando le stelle (definizione sempre di Bernardini che lo volle in Nazionale a partire dal match di Rotterdam e lo lasciò in eredità a Bearzot fino al titolo mondiale), l’erede ultimo di una dinastia di numeri dieci da favola. Giancarlo Antognoni. Il gioiello che la Juve aveva sotto casa, che si è fatta scappare e che ci invidierà e inseguirà per tutta la sua carriera (e per i secoli a venire).

Negli stessi anni, però, lo strapotere economico della FIAT dell’Avvocato Gianni Agnelli portò però a Torino altri gioielli in quantità, mettendo assieme uno squadrone come se ne sono visti pochi in Italia nel dopoguerra. Dalla nouvelle vague meridionale, gente che si chiama Longobucco, Cuccureddu, Salvadore, Anastasi, Furino, Causio, ad altri talenti raccattati a giro per l’Italia delle società satelliti, Tardelli dalla Toscana, Boninsegna e Cabrini dalla Lombardia, Altafini naturalizzato dal Brasile, Bettega dallo stesso Piemonte.

Questo squadrone nel 1972 aprì un ciclo ultradecennale che lo portò a vincere praticamente tutto, compreso un titolo mondiale della nazionale a cui contribuì per 7 undicesimi. A questa corrazzata per lungo tempo la Fiorentina cercò di opporre la sua squadra ye-ye rinnovata, con alterni risultati, anche perché la fortuna le voltò le spalle spesso e volentieri. Una serie di gravi infortuni fece fuori tutti i gioiellini della difesa, Guerini, Roggi e Orlandini, che non furono adeguatamente sostituiti. Lentamente si spense e si intristì la stella di autentiche promesse come Caso, Desolati, Speggiorin. Alla metà del decennio circa, della giovane Fiorentina erede dei campioni del secondo scudetto rimase solo Giancarlo Antognoni. Immenso, ma sempre più solo.

Risultati alterni, dunque. Con alcune perle. Nel 1972-73 la sconfitta per 2-1 a Firenze complicò molto la corsa scudetto della Juve, che solo all’ultima giornata riuscì a sorpassare il Milan che andò a suicidarsi a Verona. Nel 1973-74 la sconfitta per 2-0 a Firenze contribuì a favorire la corsa della Lazio di Chinaglia verso il suo primo scudetto, ai danni proprio della Juve. Nel 1974-75 infine, alla penultima giornata di campionato la Juve venne a Firenze in cerca del punto che le mancava per la conquista matematica dello scudetto. Ne prese quattro e dovette rimandare la festa all’ultima. 34′ Zoff aut., 39′ Antognoni, 61′ Rosi aut. (J), 73′ Casarsa rig., 78′ Caso, questo lo score di quella bella vittoria sui bianconeri.

Poi, dopo la Coppa Italia vinta sul Milan per 3-2 nel 1975, il buio. Anni di poco gioco e ancor meno risultati. La seconda retrocessione sfiorata dopo quella del 1971, nel 1978, aggrappati al piede ferito di Antognoni e ai gol dell’ultima scoperta viola, Ezio Sella. Vivi per miracolo.

In quegli anni, una sola soddisfazione, non legata a una vittoria sul campo, ma alla posizione coraggiosa della società di allora, presieduta da Ugolino Ugolini, che aveva meno soldi di quanti ne circolino adesso, ma aveva molto più cuore per non parlare della dignità. La Juventus, non contenta di quello che aveva, lanciò l’assalto a quello che le mancava. Il nostro n.10. Nell’estate del 1978, appena salvi, l’Avvocato ritenne giunto il momento di prendersi il gioiello della corona e fece un’offerta di quelle che non si potevano rifiutare, soprattutto nell’Italia di allora targata FIAT. Ugolini rifiutò, e solo per quello è consegnato alla leggenda dei grandi presidenti viola, molto più di qualcuno dei successori.

Alla fine degli anni 70, la passione dei fiorentini aggrappati alla loro maglia viola ed al loro unico 10, fu alla fine premiata. Alla ribalta dei vertici societari si affacciò l’imprenditore edile locale Conte Flavio Callisto Pontello, giunto tardi forse al tifo calcistico ma assolutamente in cerca di visibilità e prestigio non solo cittadino ma addirittura nazionale per la sua azienda in rapida crescita. Uno che insomma prese la Fiorentina per proprio interesse, come ha fatto qualcun altro dopo, ma con la differenza che ritenne di fare il proprio interesse al meglio facendo anche quelli della squadra e della città.

A Firenze cominciarono ad arrivare fior di campioni, dal Puntero triste Daniel Ricardo Bertoni a Ciccio Graziani, Eraldo Pecci, Pietro Wierchovod, Daniele Massaro, Daniel Alberto Passarella per finire al mitico Socrates, il tacco di Dio. Fu inventato allenatore il nostro amato Picchio De Sisti. E una sera, durante una trasmissione sportiva, il Conte Pontello lanciò il grido di guerra che tutti gli sportivi fiorentini volevano sentire da tanto tempo: “Entro due anni spazzerò via il dominio della Juventus in Italia”.

Non serviva altro. I fiorentini si riversarono in massa più di sempre a seguire le imprese dei loro beniamini. Uno stadio che adesso secondo l’UEFA è omologato per ospitare 30-35.000 tifosi a sedere, a quell’epoca ne ospitava circa il doppio, in piedi su una gamba sola, a non veder niente, nemmeno a respirare. Ma bastava esserci.

L’anno buono sembrò il 1981-82. Tredici anni esatti dall’ultimo scudetto, come ne erano passati tredici tra il 56 e il 69. La cabala diceva Fiorentina, il gioco anche. La fortuna e gli arbitri un po’ meno. A metà del girone di andata, il tragico scontro di Giancarlo Antognoni con il ginocchio volante del portiere del Genoa Martina incrinò le speranze e le certezze dei tifosi viola. Ma la squadra assorbì il colpo e continuò a volare. Fece partita uguale con la Juve a Torino, e arrivò al titolo d’inverno con un leggero vantaggio, che poteva essere anche maggiore non ci fosse stata la farsa della partita con l’Ascoli sospesa con i viola in vantaggio perché “pioveva troppo”, o altre decisioni discutibili (mai troppo eclatanti, ma ben disseminate tra le varie partite) che gli arbitri adottavano contro i viola.

Al match di ritorno, a Firenze, ormai era un testa a testa alla pari tra noi e la Juve. Finì zero a zero, e la parità perdurò fino all’ultima giornata. Noi andavamo a Cagliari, loro a Catanzaro.

Era il 16 maggio 1982. Un’altra giornata che nessuno di noi dimenticherà finché campa. Orgogliosi della nostra squadra, sicuri che almeno lo spareggio nessuno poteva ormai negarcelo. Forse un po’ contratti i giocatori in campo al cospetto di un Cagliari che doveva salvarsi. Forse un po’ ingenui a non pensare, nessuno di noi, che la Juve avrebbe smosso il mondo per attaccarsi sulla maglia la seconda stella. E la Federcalcio, che vedeva di mal’occhio lo spareggio a causa degli imminenti Mondiali di Spagna, si lasciò smuovere.

All’inizio della ripresa venne annullata senza spiegazioni plausibili la rete che poteva consegnare lo scudetto a Firenze ad un attonito Ciccio Graziani. Sul fronte opposto, a Catanzaro, al 30′ del secondo tempo venne concesso un rigore di quelli che si possono dare o non dare alla Juventus, che permise ai bianconeri di andare avanti di un punto.

Al fischio finale, Firenze si ritrovò dapprima piegata in due da un dolore insopportabile. Poi, come un sol uomo, lanciò il grido che da allora risuona ogni volta che si parla di calcio da queste parti, anche senza nominare l’odiata avversaria: Meglio secondi che ladri!

Ho detto odiata, sì. Era finita un epoca storica e ne era appena cominciata un’altra. Per la Juventus a Firenze era finita la stagione dell’antipatia. Era cominciata quella dell’odio mortale.

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