La madre di tutte le partite – 4 (1982-1990)

La madre di tutte le partite – 4 (1982-1990)

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Anche se il colpo fu durissimo e il dolore troppo grande e impossibile da smaltire, non ci fu tempo per commiserarsi. O meglio, il Conte Pontello non ne lasciò a nessuno, rituffandosi nella lotta con rinnovato vigore. Era andata male, ma lui ci volle riprovare alzando la posta. L’avversaria si era assicurata le prestazioni di fuoriclasse come Zibi Boniek e Michel Platini, innestati sul corpo di una squadra che per sette undicesimi era quella diventata nel frattempo campione del mondo in maglia azzurra al Santiago Bernabeu, con il sacrificio di quel Liam Brady che aveva segnato con freddezza il rigore dello scudetto della seconda stella a Catanzaro.

Pontello rilanciò portando in maglia viola nientemeno che il capitano dell’Argentina campione del mondo 1978 Daniel Alberto Passarella, detto El Caudillo. Uno dei giocatori di maggior classe e carisma mai prodotti dal calcio argentino, un giocatore che incuteva timore in campo tra gli avversari e rispetto tra i compagni, al punto che nemmeno l’astro nascente Dieguito Maradona aveva osato insidiargli la fascia di capitano della Seleciòn biancoceleste.

Per due stagioni si rinnovò lo scontro al vertice tra viola e bianconeri. Nell’82-83, le tossine lasciate dal mondiale in Antognoni e Graziani e le difficoltà di ambientamento del Caudillo consentirono alla Juve di venire a vincere a Firenze una partita strana, con un gol casuale di Tardelli a cui i nostri non seppero replicare, pur mettendoci tutti se stessi ed una rabbia che veniva dal campionato precedente. Anche la Juve però quell’anno stentava a decollare, e allora ne approfittò la Roma di Falcao e Conti per vincere il primo scudetto vero della sua storia, dopo quello di regime del 1942 e quello mancato due anni prima a causa del furto perpetrato ai danni di Ramon Turone, che segnò a Torino nello scontro diretto un gol il cui annullamento grida vendetta ancora oggi, al pari di quello di Ciccio Graziani a Cagliari.

Nel 1983-84, con una squadra finalmente rodata e amalgamata, sembrava invece giunto di nuovo l’anno buono. A detta di tutti, quella fu la squadra che giocava meglio dopo quelle del ‘56 e del ‘69. Dava spettacolo e faceva risultato, e si proponeva prepotentemente come terza forza tra una Roma appagata dalla vittoria dell’anno precedente e concentrata sulla Coppa dei Campioni ed una Juventus che ancora stentava con le sue stelle straniere Platini e Boniek e cominciava a mostrare la corda con quelle italiane, appagate anch’esse da una carriera in cui avevano vinto tutto.

Proprio nel momento in cui nasceva e si consolidava l’odio di Firenze per la Vecchia Signora, si inaugurò la stagione dei gobbi da degobbizzare, giocatori dismessi dalla Juve che venivano a chiudere degnamente a Firenze una gloriosa carriera. Fu il caso di Cuccureddu e Claudio Gentile, forse troppo presto accantonati a Torino, che vennero a rafforzare la difesa viola che aveva perso Wierchovod rientrato dal prestito a Genova. Insieme a loro, dall’Inter era arrivato un altro campione del mondo, Lele Oriali.

Insomma la squadra c’era. Le circostanze non sembravano così avverse come in passato. A Firenze contro la Juve la Fiorentina quell’anno non vinse ma giocò quella che rimane una delle più belle partite di sempre. Un 3-3 lottatissimo e impreziosito da parte viola da un gol di testa di Antognoni (una perla rarissima) e da una doppietta del puntero Daniel Bertoni che sorprese per due volte il portiere Tacconi. E solo una sfortunata autorete del bravo Contratto impedì alla fine allo stadio Franchi di esplodere per la gioia dei tifosi.

Ma la fortuna ancora una volta volse la schiena alla Fiorentina di Pontello. Il 12 febbraio 1984 la Fiorentina giocò al Franchi contro la Sampdoria una delle tante partite travolgenti di quell’anno. Antognoni in quel momento sembrava giocare guardando stelle ancora più lontane di sempre. Segnò subito il vantaggio e poi, sentendosi in stato di grazia, continuò a dare spettacolo avventandosi su ogni pallone minimamente giocabile. Come già altre volte, il destino lo aspettava al varco a chiedergli conto della sua stessa generosità. Ma questa volta il conto fu salatissimo.

Verso la fine del primo tempo gli capitò la palla giusta al limite dell’area, sembrava fatta apposta per uno dei suoi tiri potenti e precisi che non lasciavano scampo ai portieri. Antonio non stette a pensarci su, non trattenne la gamba come fanno tanti suoi colleghi di adesso, pensando al prossimo contratto, o alla Nazionale, o alla serata in discoteca quella sera stessa. Il capitano caricò il destro ed andò a calciare. Il difensore della Samp Luca Pellegrini, preso dal panico,  non trovò di meglio che intervenire falciandolo. E senza volerlo né saperlo, mise fine al campionato della Fiorentina e alla carriera di uno dei più grandi giocatori italiani di tutti i tempi.

Giancarlo, dalla frattura alla gamba, non si riprese più. Dopo dodici anni, la sua magica storia in maglia viola si concluse praticamente lì, il rientro oltre un anno dopo stavolta non ce lo restituì alla sua altezza. Ma non si riprese nemmeno la Fiorentina, che pur continuando a giocare bene avvertì il peso su di sé dell’occhio malevolo della sorte e si lasciò scivolare mestamente indietro, finendo al quinto posto un  campionato che poteva e doveva essere suo. Vinse, manco a dirlo, la Juve, nonostante l’avvocato Agnelli si lamentasse ad alta voce che non si divertiva affatto.

Pontello non si abbatté nemmeno stavolta, e rilanciò. Con Antognoni fuori a riabilitare la gamba fratturata, il Conte tirò fuori dal cilindro un altro colpo a sorpresa, andando a pescare in Brasile dal Corinthians il mitico Oliveira Sampaio de Souza detto Socrates. Il Dottore. Il Tacco di Dio. L’uomo che aveva messo a sedere Dino Zoff nell’epico scontro del Sarria di Barcellona al Mundial 1982, nell’epica sfida poi vinta 3-2 grazie a Paolo Rossi.

Fu un’altra estate di grande entusiasmo quella del 1984. Ma ancora una volta, dopo l’estate arrivò la stagione della disillusione. Senza in nostro unico 10, senza Daniel Bertoni nel frattempo ceduto e con altri vecchi campioni che cominciavano a mostrare i segni dell’usura del tempo, come Eraldo Pecci e come lo stesso Socrates (arrivato forse a Firenze troppo tardi, dopo aver fumato troppe sigarette e avendo sottovalutato come molti suoi connazionali l’inevitabile saudade), mentre i giovani scalpitavano per andare altrove (Massaro, Nicola Berti) o semplicemente non mantenevano le promesse (come Paolo Monelli), la Fiorentina quell’anno giocò un campionato abulico. Uno di quelli che i tifosi non vedono l’ora che finisca per potersene subito dimenticare. Ad intristire ulteriormente l’ambiente, arrivò l’improvvisa malattia di Picchio De Sisti, che lo mise fuori gioco definitivamente come allenatore. La squadra fu affidata a Ferruccio Valcareggi, che la portò in fondo senza infamia e senza lode. Ormai l’annata era compromessa.

Unica perla di quell’anno, e che perla, la vittoria a Torino contro la Juventus, che si apprestava a giocare di lì a poco la finale maledetta della Coppa dei Campioni all’Heysel. A Torino segnò il gol della vittoria Daniel Passarella, l’unico hombre rimasto a reggere la baracca. In casa della Juve non ci avevamo più vinto dall’anno dello scudetto.

L’anno seguente fu il turno di Aldo Agroppi, e della grana Antognoni. Giancarlo, rientrato dall’infortunio alla gamba ma non più quello di una volta, continuava ad essere l’idolo indiscusso dei tifosi ma non era più ben visto dalla società e dal poco diplomatico allenatore che si era scelto. Il quale, se ci capiva di calcio, altrettanto non poteva dirsi di psicologia. La legge del tempo e della vita volevano che anche la parabola del ragazzo che giocava guardando le stelle giungesse prima o poi al termine, e sarebbe stato comunque un dolore terribile per i tifosi viola.

Come Antognoni era stato scelto nel 1974, per prendere il posto del grande De Sisti, così adesso toccava a lui essere messo da parte a vantaggio di un nuovo giovanissimo talento, un altro che le stelle le guardava e da molto vicino. La società si era assicurata dal Vicenza le prestazioni di due ragazzini promettenti, Nicola Berti (di cui si parlava molto bene) e Roberto Baggio (di cui si parlava benissimo). Nonostante due ginocchia infelici e martoriate da tutti i menischi possibili e immaginabili, il talento e la forza di volontà del ragazzino di Caldogno erano tali che lo imposero all’attenzione di tutti come il fuoriclasse del futuro, il nuovo gioiellino viola.

Ci fu chi cominciò a pensare che ci si poteva appunto disfare di Antognoni. Tra questi purtroppo c’era Agroppi, e non lo mandò a dire. E così, nonostante alcuni risultati promettenti tra cui un 2-0 casalingo alla Juve con reti dell’intramontabile Passarella e della promessa Berti al 90°, la stagione degenerò. In rissa, perché i tifosi esacerbati dalla vicenda Antognoni arrivarono a coinvolgere anche l’allenatore, che fu fatto oggetto di poco piacevoli attenzioni e vide bene a fine annata di lasciare la compagnia. E nella contestazione, per la prima volta pesante e visibile, da quando i Pontello avevano preso la società sei anni prima.

A fine stagione quell’anno, il segnale del cambiamento fu evidente. Andarono via Giovanni Galli e Massaro al Milan, e Passarella all’Inter. La grande classe di Roberto Baggio sembrava poter consolare i tifosi. Fu scelto tuttavia un allenatore che non entusiasmava né tifosi né giocatori, il sergente di ferro Eugenio Bersellini, che più diplomaticamente ma altrettanto fermamente di Agroppi relegò Antognoni all’onta della panchina quasi permanente. I Pontello padre e figlio cominciarono a defilarsi sempre di più dalla società, apparentemente disamorati dalla contestazione subita e forse anche scoraggiati dalla constatazione che per quanti soldi avevano investito il ritorno in termini di vittorie era stato pressoché nullo. Lungi dallo spazzare via la Juventus, la Juventus stava spazzando via loro. La società fu affidata ad un manager esterno, l’ex giornalista della Stampa Pier Cesare Baretti, persona degnissima e sfortunatissima, che però agli occhi dei tifosi aveva un unico insormontabile difetto: veniva da Torino.

Fu un anno mediocre, che alla fine fu ricordato solo per l’addio alla maglia viola di Antognoni, ceduto al Losanna dove spese gli ultimi due anni della sua gloriosa carriera. Con la Juve uno scialbo pareggio a Firenze e una sconfitta a Torino. L’anno dopo arrivò a Firenze come allenatore Sven Goran Eriksson, l’uomo che era riuscito a perdere uno scudetto a Roma facendosi battere in casa dal Lecce all’ultima giornata. Si portò dietro un centrale della nazionale svedese, tale Glen Hysen, poi ribattezzato Attanasio Cavallo Vanesio, e il mitico Rebonato, che giocò talmente tanto e bene che sfido qualunque tifoso a ricordarsi come era fatto.

Sembrava un’altra stagione mediocre in stile anni 70, con un gioiello splendente in squadra e intorno dei comprimari a mala pena guardabili (la cosa più bella vista al Franchi fu il gol di Maradona su punizione che dette al Napoli la vittoria). La perla che salvò la stagione, almeno nel cuore dei tifosi, arrivò all’ultima giornata. Andammo a giocare a casa di una spenta Juventus, che aveva avviato un nuovo ciclo senza più le stelle dell’epoca precedente. Baggino e Di Chiara, contro ogni pronostico, confezionarono il due a uno con cui i viola sbancarono il Comunale di Torino per la seconda volta in pochi anni.

Il 1988-89 portò grosse novità. Via gli spenti Nicola Berti e Ramon Diaz, destinazione Inter, arrivarono Carlos Dunga il Cucciolo e Stefano Borgonovo.  Il Cucciolo rimise a posto la difesa, sembrando subito il degno erede di Passarella. Borgonovo fondò subito la premiata ditta del gol, la BB, con Roberto Baggio. Fu un bel campionato, conclusosi con uno spareggio vinto sulla Roma per l’ultimo posto disponibile in Coppa UEFA. Fu impreziosito da una partita rimasta leggendaria, la partita perfetta. Il 15 gennaio 1989 scense la Juventus al Franchi. Non era più la Juve dei fuoriclasse, ma pur sempre una squadra tosta. Rui Barros la portò in vantaggio nel primo tempo, e la partita si fece in salita per i viola. Verso la fine del primo tempo Baggio su rigore riuscì a pareggiare. La ripresa sembrava avviata verso l’ennesimo risultato insignificante, nessuna delle due squadre in grado di superare l’altra. Al 90°, Roberto Baggio si avviò a battere un calcio d’angolo, l’ultima azione prima del triplice fischio finale dell’arbitro. Testa di Borgonovo e gol. Cosa successe dopo, chi era allo stadio quel giorno sa che non ci sono parole per descriverlo.

1989-90. La stagione che porta ai mondiali giocati proprio qui, in Italia. Una bella squadra, un campionato brillante da ripetere, una Coppa UEFA da giocare, un Baggio da godersi istante per istante, ogni palla che tocca una magia. “Non è un miraggio, è Roberto Baggio”, recitava una canzone in voga tra i fiorentini quell’anno.

C’erano le premesse per una stagione divertente, forse anche da ricordare. Ma come in passato, la maledizione dei Pontello puntuale colpì, e la stagione si complicò proprio quando sembrava che potesse decollare. In campionato, la squadra si trovò invischiata nella lotta per non retrocedere, e ne venne fuori solo all’ultima giornata battendo 4-1 l’Atalanta. In Coppa UEFA, invece fu una marcia trionfale, e dopo una serie di prove entusiasmanti i viola conquistarono la finale, da giocarsi andata e ritorno contro i nemici di sempre: la Juventus, quell’anno allenata da Dino Zoff.

Sembrava un colpo di scena di una attenta e geniale regia: la vendetta da consumare con chi aveva portato via lo scudetto del 1982. Sembrava che il piede di Baggio potesse strapparci dalla gola quell’urlo che da otto anni rimaneva strozzato nelle nostre gole. Sembrava…..e invece…..

Da tempo girava la voce che i Pontello volessero mollare, per tornare a dedicarsi alla loro attività edilizia, al di fuori di un mondo sportivo che li aveva profondamente delusi. Girava voce anche che stessero stringendo alleanze con il gruppo FIAT, sia con le controllate edili di quest’ultimo sia nel settore delle commesse che l’azienda di Agnelli poteva elargire in quantità e qualità a quella del Conte. Girava infine anche voce che il prezzo di tutto questo fosse il gioiello. Che Baggio fosse oggetto di trattative tra Fiorentina e Juventus, e che anzi le cose fossero molto ma molto avanti. E’ con quest’ombra pesante addosso che i tifosi seguirono la squadra a Torino nel maggio 1990. Forse fu un caso, ma Baggino sembrava titubante, si trovò due volte solo davanti al portiere e sbagliò come un principiante, lui che non perdonava mai. Il primo tempo si chiuse sullo 0-0, quando poteva finire con i viola in netto vantaggio. Nella ripresa la Juve dilagò, sfruttando anche una certa benevolenza arbitrale. Finì 3-1, ai tifosi fiorentini presenti saltano i nervi, a causa dei tafferugli scoppiati dentro e fuori lo stadio. L’UEFA squalificò il campo viola per la gara di ritorno.

Toccò giocare ad Avellino (distanza minima prevista dall’UEFA). Peccato che da quelle parti gli unici che non tifano Juve sono i morti. I coraggiosi che da Firenze si spinsero laggiù, sfiduciati ma non domati, assistettero ad uno 0-0 della squadra che non ce la fece a ribaltare risultato e clima avverso. In più furono caricati dalla polizia e dalla tifoseria bianconera. E tornarono a Firenze – come si dice – becchi e bastonati.

Ma il peggio li aspettava al ritorno. Il giorno dopo, conclusa ufficialmente la stagione e aperto il calciomercato, i nodi vennero al pettine. La voce era vera. Roberto Baggio era stato ceduto alla Juventus, in cambio di nessuna contropartita tecnica ma soltanto di un controvalore economico che finì nelle casse dei Pontello (non necessariamente in quelle della Fiorentina).

Esplose la rabbia dei tifosi. Dopo una contestazione pesantissima alla società sotto la sede di Piazza Savonarola, la polizia caricò e partì la guerriglia urbana. I tifosi furono costretti a disperdersi per tutte le strade attorno alla piazza, spesso approfittando del rifugio offerto dagli abitanti della zona.

Alla fine restarono i danni, la rabbia mal sopita di tutti i fiorentini, la contestazione che continuò pesantissima per giorni e giorni fuori del Centro Tecnico Federale di Coverciano dove si stava radunando la Nazionale in vista di Italia 90. Molti fiorentini, da allora, si convertirono al verbo: “Firenze è la mia capitale, la Fiorentina è la mia nazionale, c’è solo la Fiorentina”).

Ma soprattutto restò, ormai incontenibile e inestinguibile nei secoli dei secoli, l’odio immenso per la squadra e la società dai colori a strisce bianconere.

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