La madre di tutte le partite – 5 (1990 – 2001)

La madre di tutte le partite – 5 (1990 – 2001)

394
0
Condividi

L’estate del 1990 per gli appassionati di calcio italiani è quella delle notti magiche di Italia 90, e della enorme delusione per un mondiale perso giocando in casa e con la squadra di gran lunga migliore del torneo.

Per gli appassionati fiorentini, invece, che in quel momento si sentono molto poco italiani, è quella della enorme delusione per il nuovo doppio furto juventino, la Coppa UEFA scippata e la sottrazione del gioiello di casa Roberto Baggio, con la complicità dei Pontello. E’ anche quella della contestazione violenta e rabbiosa contro gli stessi Pontello, contro il sistema calcio italiano che favorisce sempre le squadre del nord, contro la Lega Italiana Calcio e contro la Nazionale (vista come simbolo di un sistema e di un paese a cui non si sente più di appartenere), la cui sconfitta ai rigori con l’Argentina di Maradona viene salutata con giubilo. Quando c’è Zenga tra i pali, l’Italia fuori ai mondiali, si canta per le strade di Firenze. Nemmeno le imprese dell’ex (a questo punto) Baggio riscaldano il cuore dei fiorentini, nel quale quell’anno c’è posto solo per l’odio.

Pontello viene di fatto costretto a vendere la società, accelerando una trattativa che – si viene poi a sapere – era già in corso da mesi con il Gruppo Cecchi Gori. Finisce così un decennio di molte luci ed alcune ombre, che avrebbe potuto essere ricordato come una grande gestione della A.C. Fiorentina, se non fosse stato per la macchia finale della cessione a tradimento del Codino. Ne comincia un altro che sarà ancora più tribolato e forse ancora più epico, ma ancora i tifosi non lo sanno. Quello che sanno è che il nuovo Patron della Fiorentina è il più grande produttore cinematografico italiano ed europeo, e uno dei più grandi del mondo, il fiorentino verace e da sempre tifoso viola Mario Cecchi Gori. Ben presto soprannominato Marione.

Mario e sua moglie sig.ra Valeria hanno attraversato la belle epoque del cinema italiano del dopoguerra, un mondo scintillante che ha fatto girar la testa a tutti meno che a loro due, rimasti una coppia di due persone semplici, innamorate della loro città d’origine e di tutto quello che è ad essa connesso, in primis la squadra viola. Mario e Valeria hanno anche un figlio, Vittorio. Uomo di grandi passioni ma di qualità inferiori purtroppo alle capacità e all’equilibrio del padre. E ciò un giorno diventerà un bel problema.

Ma andiamo per ordine. Nell’estate 1990 Marione & Family comprano una Fiorentina che ha le ossa rotte, dopo un campionato da dimenticare, una finale UEFA ancor di più da dimenticare, una situazione di squadra da rifondare, la vendita di un giocatore che non è sostituibile né tecnicamente né emotivamente. In fretta e furia devono allestire una squadra, e inevitabilmente pagano lo scotto. Dall’allenatore, l’improbabile Sebastiao Lazaroni che ha guidato ai mondiali il Brasile più inguardabile della storia, a giocatori altrettanto improbabili quali Lacatus, Mazinho, Maiellaro. Al giovane talento Massimo Orlando viene chiesto l’impossibile, sostituire Roberto Baggio, e non potrà mai farcela.

E’ un anno interlocutorio, come si suol  dire. Ma c’è sempre la possibilità di salvare la stagione con una sola partita, a Firenze. Quella partita. E quell’anno è una partita che vale 100 volte di più, se possibile. Quando arriva la Juve, stavolta si porta dietro il ricordo di tanti torti dolorosamente subiti dai viola, oltre all’ arroganza che le viene imputata e al surplus inguardabile di Robertino in maglia a strisce. Per fortuna, in quel momento prevale il partito di coloro che vogliono incanalare odio e disprezzo in una manifestazione di signorilità fiorentina d’altri tempi, che vogliono offrire al mondo uno spettacolo che né la Juve né il resto del mondo dimenticheranno più. Nasce così la coreografia leggendaria dei monumenti di Firenze stilizzati color viola, come a dire: noi abbiamo questo, lo abbiamo sempre, voi non lo avrete mai, per quante vittorie possiate collezionare. Per una volta, Firenze ritrova la sua grandezza, ormai sepolta, dei tempi di Lorenzo il Magnifico.

La Juve che arriva è quella presuntuosa del calcio champagne di Maifredi (un fallimento totale), ma che oltre alla consapevolezza della propria importanza politica e al talento di pochi campioni oltre a quello portato via da Firenze ha ben poco da offrire. Dalla nostra parte, quel giorno il pubblico è il dodicesimo e anche il tredicesimo uomo, e sospinge gli undici in campo in maglia viola all’impresa. Segna Diego Fuser al 41 del primo tempo. Il Franchi è una bolgia. Nella ripresa è una battaglia. Baggino non è lui, l’emozione lo attanaglia. E quando a metà ripresa l’arbitro concede un rigore giudicato generoso ai bianconeri, sente su di sé gli occhi di tutto lo stadio, di entrambe le tifoserie, e non ce la fa. Come già aveva rifiutato di indossare la sciarpa della Juve alla prima conferenza stampa a Torino, così stavolta rifiuta di tirare il rigore contro la sua ex squadra. Sul dischetto va De Agostini. Mareggini si supera e neutralizza il suo tiro. La Juve è in ginocchio, sottomessa e sbeffeggiata. Baggino viene sostituito, ma precede di poco negli spogliatoi i suoi compagni sconfitti senza possibilità di appello.

Da questa vittoria morale e sul campo, Mario Cecchi Gori trae impulso per rilanciare la squadra. Spedito il suo uomo mercato in Argentina a trattare l’acquisto di un campioncino di cui si parla gran bene, tale Diego Latorre, gli viene proposto nel pacchetto anche l’acquisto di un giovanissimo attaccante che nessuno conosce ma che ha fatto sfracelli in Coppa America, portando i biancocelesti alla vittoria: Gabriel Omar Batistuta. Senza molta convinzione, Cecchi Gori dice sì. I due argentini arrivano a Firenze, di Latorre si perdono subito le tracce, Batistuta invece – dopo essere stato definito camion per la sua irruenza unita a dei fondamentali inizialmente un po’ grezzi – si mette al lavoro duramente e finisce la stagione con 13 gol all’attivo prendendosi la maglia di titolare che fino a quel momento era stata di Stefano Borgonovo, nel frattempo ceduto al Milan. Il campionato 1992 della Fiorentina non è eccezionale, ma viene di nuovo bastonata la Juve a Firenze, stavolta è un 2-0 con reti di Branca e di Batistuta, Baggio è inesistente e sembra ormai dimenticato, il pubblico è in delirio e un nuovo ciclo forse si sta finalmente aprendo. Il leader, l’uomo squadra c’è, basta solo costruirgli intorno il resto.

Nell’estate del 1992 arrivano Stefan Effemberg e Brian Laudrup, due talenti di Germania e Danimarca finaliste dell’Europeo di quell’anno. Mario Cecchi Gori vuole fare sempre più sul serio. Conferma il tecnico Radice, che pare avere un buon feeling con squadra e tifosi (che lo conoscono già dagli anni 70, quando aveva allenato i viola prima di andare a vincere lo scudetto con il Torino di Graziani e Pulici). Pare, all’avvio, un anno di bel gioco e di soddisfazioni. La Fiorentina conclude il girone di andata al secondo posto dietro al Milan ingiocabile di quegli anni guidato da Fabio Capello. Poi……accade l’incredibile.

C’è una foto di quel periodo che riassume tutta la vicenda viola: Vittorio Cecchi Gori in piedi sulla balaustra della tribuna d’onore, e sotto il padre Mario che lo guarda tra il mesto e il perplesso, come a dire “guarda che figliolo m’è toccato….”. Non si saprà mai esattamente cosa successe. Voci di popolo parlano di questioni private tra il figlio del padrone ed il Mister. Alla ripresa del campionato si perde in casa con l’Atalanta. Ma siamo sempre secondi, ci può stare una sconfitta alla ripresa dopo le feste…..e invece Vittorio scatena l’inferno e chiede la testa di Radice, che viene licenziato. Al suo posto viene chiamato quell’Aldo Agroppi che a Firenze ha già fatto danni immani, gestendo male la fine della carriera di Antognoni. E con altrettanta mancanza di sensibilità si porrà di fronte a una squadra le cui certezze sono andate di colpo in mille pezzi nella serata della sconfitta con l’Atalanta e della cacciata di Radice.

Ma c’è un altro nodo che viene al pettine. La Nazionale italiana torna a giocare a Firenze dopo due anni una partita con il Messico. I tifosi presenti allo stadio sono in maggioranza supporters viola, e dimostrano di non aver affatto dimenticato i fatti di due anni prima, né l’astio e l’odio per la Federazione che ne sono seguiti. In Eurovisione per novanta minuti non si sente altro che slogan anti-Lega e anti-Matarrese, il suo presidente. L’Italia vince 5-0, ma Don Matarrese se la lega al dito, e presenterà il conto nei mesi successivi.

Ad arbitrare una squadra sempre più stralunata verranno mandati nei mesi primaverili arbitri che non perdonano niente e che anzi ci mettono sopra del loro. La Fiorentina scivola sempre più in basso fino a ritrovarsi dal secondo posto alla zona salvezza, il crollo pare inarrestabile. Agroppi lascia, al suo posto arriva la coppia ChiarugiAntognoni, ma è troppo tardi. All’ultima giornata siamo talmente messi male che non basta una nostra vittoria sul Foggia (già portafortuna di altre salvezze) per 6-2. All’Olimpico, la Roma decide di fare un favore all’Udinese consentendole di pareggiare negli ultimi minuti di gara, salvando così i friulani e condannando noi (e qui nasce altro astio, quello per Roma e i romani secondo solo a quello per i gobbi). Nel silenzio suirreale del Franchi, la gente viola si rende conto incredula che per la prima volta dal 1938 la Fiorentina retrocede in serie B. La Lega Italiana si è vendicata. Dopo essere arrivati a un passo dal Paradiso, siamo all’Inferno.

E’ uno dei momenti più bui della storia viola, ma anche uno dei più alti nel comportamento dei tifosi. Uno stravolto, distrutto, avvilito Mario Cecchi Gori va ad incontrarli coraggiosamente, pronto a prendersi le sue responsabilità (che sono più del figlio e dei giocatori, per la verità, ma spetta al comandante assumersele tutte, onorevolmente). Viene accolto da un applauso che gli taglia le gambe più di 100.000 fischi. Dice: “ma io non me lo merito….vi ho portati in B…”. I tifosi rispondono applaudendo ancora più forte.

La squadra non è da meno. Tutti i giocatori scelgono di scendere in serie B, e prendono l’impegno a risalire subito in A, a cominciare da Batistuta. Vengono lanciati dei giovani promettenti, come il portiere Francesco Toldo, e gli attaccanti Anselmo Robbiati detto Spadino e Francesco Flachi, il ragazzo che gioca bene. Ad allenare la squadra della rivincita e della risalita viene chiamato un giovane tecnico anch’egli molto promettente, Claudio Ranieri.

Sarà una marcia trionfale. La Fiorentina zeppa di campioni è una squadra talmente superiore alla categoria in cui gioca da stravincere quel campionato cadetto. Il danno è rimediato subito e alla grande. Siamo tornati in serie A, pronti alla vendetta.

Ma la sorte nel frattempo ha colpito duramente anche quell’anno. Il 5 novembre 1993 la malattia si è portata via Marione. Ai funerali dell’ultimo Signore di Firenze, l’ultimo lunghissimo, interminabile applauso dei tifosi. Restano la signora Valeria, presidente onorario, e il figlio Vittorio, che promette la stessa passione del padre, grandi investimenti e un’altra epoca eroica. E nei primi anni della sua gestione sembra addirittura mantenere le promesse, nonostante il suo carattere intemperante e il suo scarso senso della realtà.

Nell’estate del 1994 arrivano Marcio Santos, fresco campione del mondo con il Brasile, e, soprattutto, Manuel Rui Costa, il giovane gioiello del Benfica e della nazionale portoghese. E’ una bella squadra quella di Ranieri. Bella e giovane. E’ l’anno in cui Batistuta batte il record di Hamrin di reti segnate in una stagione, 26, che gli valgono anche il titolo di capocannoniere. Ed anche il record di giornate consecutive a segno, 13, che apparteneva a Ezio Pascutti, attaccante del Bologna dei miracoli del 1964.

E’ l’anno in cui Del Piero e Flachi si incontrano nella finale del Torneo di Viareggio e finisce 3-2 per i gobbi primavera, anticipando quello che sarà il risultato delle squadre maggiori nel corso della stagione. All’andata infatti a Torino, la Fiorentina si trova in vantaggio 2-0 contro la Juve. Sembra il giorno della vendetta dopo anni di amarezze. Ma quella è la Juve di Lippi, costruita (in tutti i sensi) per vincere di nuovo lo scudetto dopo 10 anni. Il talento al crepuscolo di Vialli basta a pareggiare il conto sul 2-2. Il talento di Baggio ormai è in declino in casa bianconera, l’Avvocato lo chiama coniglio bagnato non perdonandogli di avere forse lasciato il cuore e l’anima a Firenze. E quando si affaccia il giovane talento di Del Piero, non pare vero a Lippi di compiacere i desideri del padrone togliendo il Codino e inserendo la giovane promessa. Che lo ripaga segnando un gol da cineteca, al volo, negli ultimi minuti, dando alla Juve una insperata vittoria per 3-2.

E così, quella che doveva essere una vendetta sospirata, l’ennesima, si tramuta invece nell’ennesima beffa. Al ritorno, a Firenze, la Juve dilaga 4-1 e si avvia a rivincere lo scudetto, malgrado numerose perplessità non solo fiorentine sui trattamenti arbitrali e sull’uso della farmacologia.

L’anno dopo arriva Stefan Schwarz ad assestare la difesa, insieme a Padalino. E’ un gran campionato, nonostante la doppia sconfitta con la Juve. Finiamo terzi. Ma soprattutto torniamo a vincere la Coppa Italia dopo vent’anni. Alle quattro del mattino allo stadio ad attendere la squadra che torna da Bergamo ci sono 40.000 persone.

Il 25 agosto 1996 la Fiorentina vince a San Siro la Supercoppa italiana, con una prodezza di Gabriel Batistuta che grida al mondo il suo amore per la moglie. E’ la prima volta che vince la detentrice della Coppa Italia e non dello Scudetto. Un altro record. In campionato non va granché bene, le sfide con la Juve sono scialbe. Ma in Coppa delle Coppe Batigol zittisce il Nou Camp con una prodezza, e a Robbiati viene fischiata la fine mentre è lanciato a segnare in contropiede il gol del due a uno. Al ritorno, un arbitro appena sotto la soglia Ovrebo favorisce i blaugrana di Ronaldo, e fa scatenare le ire dei tifosi, con squalifica del campo per l’anno successivo.

Il 1997-98 è l’anno in cui Ranieri preferisce andare a tentare la strada del calcio spagnolo. Al suo posto arriva il sanguigno Malesani, con cui presto si scontrerà il sanguigno Vittorio Cecchi Gori. Va via Ciccio Baiano ed arriva Domenico Morfeo. Con i soldi del Ciclone, Cecchi Gori compra il ciliegione sulla torta, il russo Kancelskis. Dura poco, però. Taribo West lo falcia a Milano ponendo fine alla sua avventura gigliata, mentre L’Inter rimonta 3-2 il vantaggio viola. I sogni di gloria tramontano subito, ma nel derby infinito a Firenze torna a trionfare la Fiorentina. 3-0, Firicano, Oliveira e Robbiati. Messa sotto la Juve che  con Pinturicchio sta dominando in Europa. Sull’onda, travolti anche la Lazio all’Olimpico 4-1 ed il Milan in casa 2-0.. La Juve ci ferma però in Coppa Italia nei quarti, 0-0 a Torino ma 2-2 qui, vale la regola del gol in trasferta.

A gennaio, è stato ceduto il ragazzo che gioca bene, ma non decolla, Francesco Flachi, e viene ingaggiato O’ Animal, Edmundo, che comincia subito a dare spettacolo e deliziare i tifosi. Finiamo quinti, qualificati per la Coppa UEFA, ma Malesani dopo l’ennesimo scontro in punta di fioretto con Cecchi Gori ci rimette il posto.

Arriva Giovanni Trapattoni. Con Batistuta ed Edmundo la Fiorentina è uno squadrone capace di far sognare. Ed infatti va in testa alla quarta giornata e ci rimane per tutto il girone di andata. Nel frattempo, in Coppa il cammino della Fiorentina viene interrotto ai sedicesimi di finale a causa di una controversa decisione della UEFA in merito ad un avvenimento occorso durante la partita di ritorno dell’incontro contro il Grasshoppers, giocata in campo neutro a Salerno a causa della squalifica per i fatti della partita con il Barcellona. Alcuni tifosi salernitani, ostili alla Fiorentina, gettano una bomba carta sul guardialinee, ferendolo. La UEFA riconosce la responsabilità oggettiva ai viola che perdono a tavolino per 3-0 venendo quindi esclusi dalla manifestazione.

A febbraio in campionato succede l’incredibile. I viola, ancora in testa, giocano contro il Milan la partita che potrebbe dar loro la fuga. Non solo non vanno oltre lo 0-0, ma in un’azione di contropiede Batigol si fa male al ginocchio ed è subito chiaro che dovrà star fuori per un bel po’. Poco male, dicono i tifosi, c’è il mitico Edmundo…..

Macché. In una clausola del contratto, Cecchi Gori ha acconsentito a che il brasiliano potesse tornarsene a casa per il carnevale di Rio. E figuriamoci se o’ animal se lo perde. Edmundo va al sambodromo, e la Fiorentina senza più punte si ritrova presto al quarto posto, superata anche dalla Juve che viene a vincere a Firenze e dalla Lazio targata CirioCragnotti. Siamo comunque qualificati per la Champion’s league, che da quell’anno accoglie le prime quattro squadre dei campionati maggiori (il nostro all’epoca lo era).

Ma la mancata occasione scudetto lascia l’amaro in bocca ad almeno due big: il mister Trapattoni, abituato a società dove giocatori e programmi vengono gestiti in tutt’altro modo, e Gabriel Omar Batistuta, che comincia a prendere coscienza del fatto che forse qui a Firenze è destinato a fare la fine di Antognoni: non vincere mai niente. E’ già dall’estate prima infatti, durante i Mondiali di Francia, che circola la voce di sue trattative segrete per andarsene.

VCG quell’estate del 1999 fa l’ultimo sforzo per risultare la più forte delle Sette Sorelle. Arrivano Enrico Chiesa dal Parma e Pedrag Mijatovic (l’uomo che ha giustiziato la Juve nella finale di Champion’s League) dal Real Madrid. E’ uno squadrone, sembra avere tutto per vincere. Ma in campionato si stenta finendo ottavi, lasciando quattro punti su sei alla Juve a questo punto rivale diretta per il vertice. In Champions’ l’annata sarebbe da ricordare. Ad ottobre Bati zittisce Wembley come già aveva fatto con il Nou Camp. L’Arsenal è eliminato, dopo un 3-3 spettacolare con il Barcellona e rovesciata spettacolo di Mauro Bressan. Nel girone successivo si mette sotto nientemeno che il Manchester United 2-0 a Firenze, ma a Valencia nella giornata decisiva viene annullato un gol a Rui Costa sa solo l’arbitro perché, e sulla rimessa in gioco gli spagnoli ci segnano in contropiede e ci eliminano.

All’ultima giornata di campionato un 3-0 al Venezia ci da la qualificazione all’UEFA. Troppo poco. Trapattoni, la cui moglie viene insultata mentre è a passeggio per il centro (e che è già in parola con la Nazionale), ritiene di dire basta così. Ma soprattutto, quella col Venezia risulterà essere stata l’ultima partita di Batistuta in viola. Dal lunedi successivo si mette a trattare con la Roma, e pochi giorni dopo è a Trigoria. Dieci anni dopo per i tifosi gigliati si rinnova il dolore della perdita del loro beniamino più grande.

Al suo posto Cecchi Gori chiama Nuno Gomes, attaccante della formidabile nazionale portoghese, ed al posto del Trap viene ingaggiato l’Imperatore, Fatih Terim, che ha fatto sfracelli con il suo Galatasaray. Enrico Chiesa tiene a galla la baracca. Ma senza Batigol tutti avvertono che è finito un altro ciclo. Forse ancora più epico di quello di Pontello. Forse altrettanto deludente se si guarda a quello che rimane alla fine in termini di risultati. Forse davvero non c’è niente da fare per nessuno contro lo strapotere dei nordisti.

Nel 2001, Terim da inizialmente spettacolo, poi inizia a fare casino, e alla fine se ne va, tentato dalle sirene milaniste. Cecchi Gori, mal consigliato da un Mario Sconcerti riciclatosi manager, inventa allenatore Roberto Mancini, che in quel momento non ha nemmeno il patentino di Coverciano. Mancini vince la Coppa Italia nel doppio scontro con il Parma. Manuel Rui Costa alza la Coppa sorridendo di gioia infinita. In quel momento i tifosi non immaginano  nemmeno che, a tutt’oggi, quella è l’ultima immagine di vittoria che rimane della Fiorentina.

Comments

comments

LASCIA UN COMMENTO

*