La madre di tutte le partite – 7 (2004 – 2012)

La madre di tutte le partite – 7 (2004 – 2012)

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Nel match di ritorno, il gioco si fa più duro. Qualunque siano state le motivazioni del Perugia nell’affrontare questo spareggio, qualunque cosa sia successa dietro le quinte, è il momento per il Grifone di tirare fuori orgoglio e voglia di provarci. E lo fa.

E’ una partita durissima, risolta anche stavolta da Fantini, che sta vivendo il suo momento di gloria irripetibile. A nulla vale il gioco duro dei perugini e il gol del pareggio di Do Prado a pochi minuti dalla fine. Al fischio finale succede di tutto, la gente di Firenze si scatena, chi piange (come il mister-tifoso Mondonico a cui crolla addosso tutta la tensione di un anno vissuto pericolosamente, e che invano il bomber Riganò tenta di calmare, Mondo avrà una crisi di nervi evidente notata da tutti), chi fa festa, chi parte per i caroselli cittadini manco si fosse vinto lo scudetto.

In realtà, abbiamo fatto molto di più. In due anni dalla C2 alla A, è una delle più grandi imprese sportive di sempre. Due anni prima eravamo morti insieme alla nostra squadra del cuore, adesso siamo resuscitati. Ci chiamiamo ancora Florentia Viola, ma quello che conta è che siamo di nuovo dove ci compete. Per una volta, perfino gli algidi Della Valle dimostreranno di essere degli esseri umani dotati di sentimenti umani e disposti a scendere sulla terra al livello del popolo viola in festa: avevano promesso di buttarsi nella piscina degli spogliatoi del Franchi in caso di vittoria e promozione, e lo fanno, insieme a tutto lo staff dirigenziale. E’ la prima e ultima volta che i fiorentini avranno la sensazione di avere una dirigenza ed una proprietà vicina ai loro sentimenti. Non risuccederà più.

In realtà, quell’estate del 2004 si dovrebbe solo festeggiare ed allestire la squadra per la massima serie (il che, con le risorse dei Mister Tod’s non dovrebbe essere un problema). Ma succedono tante cose che invece, a voler ben guardare, guastano la festa presente e anche quelle future.

A Giovanni Galli e Gino Salica, gli artefici della ricostruzione viola e del ritorno in A, viene dato un rapido, frettoloso benservito senza nemmeno tante cerimonie e ringraziamenti. Medaglina (ma anche no) e via, arrivederci, come avrebbe detto Mario Ciuffi. Giovanni Galli racconta che “con l’avvento dei Della Valle, la Fiorentina – che era sempre stata una famiglia – è diventata un’azienda a tutti gli effetti, con tutto quello che ne segue”. Nelle aziende di Della Valle non si guarda in faccia a nessuno, ed il primo a farne le spese è proprio lui.

Senza tanti complimenti, si comincia a dire che Mondonico non è un allenatore all’altezza delle ambizioni della Fiorentina tornata in serie A per fare sfracelli, che anche il bomber amatissimo Christian Riganò ha fatto il massimo e ora nella massima serie ci vuole ben altro, che bisogna dotarsi di gente nuova, nuove strutture, altra roba, come se tutti coloro che ci hanno portato in serie A fossero figure da calcio amatoriale, dilettanti allo sbaraglio.

Arriva come Direttore Sportivo un altro carneade, Fabrizio Lucchesi da Empoli. La sua campagna acquisti consiste in una serie di prestiti soprattutto dalla Juventus di Moggi: Miccoli, Maresca e Chiellini. In più, Obodo dallo sconfitto Perugia, Martin Jorgensen in comproprietà dall’Udinese e Thomas Ujifalusi dall’Amburgo. Si riparte con in panchina Emiliano Mondonico, a cui però da parte societaria non si manca mai di far sapere quante e quali perplessità ci sono sul suo conto.

Le premesse per una stagione tribolata ci sono tutte. A completare il mazzo, ci si mette anche Della Valle che è appena arrivato a guadagnarsi il diritto di sedersi al tavolo della Lega Pro, ma non va mai alle riunioni se non raramente e senza nascondere il proprio fastidio per la “perdita di tempo”, in compenso si fa prendere sulle scatole da tutti i suoi colleghi patron con dichiarazioni altrettanto improvvide di quelle del “primoPontello, del tipo: “questo è un ambiente che ha bisogno di essere moralizzato, spazzerò via questo calcio corrotto e lo sostituirò con uno che abbia finalmente dei valori”. Tutto bello, tutto vero, tutto giusto, senonché le leve del potere di quel sistema sono più che mai in mano ad altri, lui è l’ultimo arrivato, difficile che i padroni del calcio lo prendano in simpatia. Quando ad ottobre ne becchiamo 6 dal Milan a San Siro non è solo Berlusconi a gioire per aver ridimensionato colui che aspira a scalzarlo dal potere ma un po’ tutto il mondo del calcio.

Con queste premesse, il lavoro di Mondo è quasi proibitivo. All’ottava giornata, nonostante risultati non pessimi, il mister decide di farsi da parte e il suo posto viene preso da Sergio Buso. La squadra va ancora più in difficoltà. Fuori casa perde sempre, e dopo l’ennesima sconfitta a Cagliari, si dimette anche Buso e la mano passa a Dino Zoff, che con la Juve prima e con la Lazio poi ha avuto risultati egregi. Ma, come dirà lo stesso Zoff verso la fine, è un anno da cattivi pensieri. Non si era mai vista una squadra ridotta in otto già nel primo tempo. Succede a Marassi contro la Samp, che – imbarazzata – sul 3-0 smette di giocare per non infierire. Gli arbitri (forse opportunamente istruiti dalla regia occulta che regola il calcio italiano in quegli anni) ce ne combinano di tutti i colori.

Nonostante uno spettacolare 3-3 in casa con la Juve, dove tra gli altri si mette in luce l’astro nascente di Gianpaolo Pazzini, il campionato è un calvario, siamo in piena zona retrocessione e alla fine qualcuno sente il bisogno di “fare qualche telefonata”. Il vicepresidente della FIGC si chiama Innocenzo Mazzini, ha sede a Coverciano ed è da sempre considerato vicino alla Fiorentina. L’amministratore delegato Mencucci (ma pare anche gli stessi Della Valle) alla fine alza il telefono e chiede conto all’amico potente di come mai la Fiorentina viene trattata così male, e soprattutto se si può ottenere un po’ più di rispetto. Nelle ultime giornate si vince a Chievo in modo che convince alcuni ma altri no, si pareggia a Roma con la Lazio con Zauli che si improvvisa “portiere” ma l’arbitro non vede, si batte in casa 3-0 il Brescia dell’ex-Cavasin e ci si salva per il rotto della cuffia, a spese del Bologna di Gazzoni Frascara che ogni volta che ne avrà l’occasione lamenterà sempre di essere stato penalizzato per consentire il salvataggio della Fiorentina.

Per il momento pare tutto risolto, la pratica è archiviata e con esso uno dei tanti campionati da cardiopalma vissuti dal 1971 in poi, a volte finiti bene, altri male. In estate, mezza rivoluzione. Via Lucchesi sul cui operato pochi si sono dichiarati soddisfatti, Miccoli, Maresca e Chiellini via anche loro dopo un apparente litigio con la Juve di Moggi, via Obodo, Jorgensen resta grazie alla farsa delle buste a zero euro tra Udinese e Fiorentina (con Martin che non farà mistero del suo avvilimento…..). Dal lecce arriva il D.S. Pantaleo Corvino, l’uomo che ci ha appioppato Valery Bojinov a 23 milioni di euro nel gennaio precedente. Uno che pare sapere il fatto suo.

Corvino si presenta acquistando Luca Toni, il bomber emergente del Palermo, prendendo talenti da rivitalizzare come Stefano Fiore e Christian Brocchi, giovani promesse come Manuel Pasqual, Alessandro Gamberini, Riccardo Montolivo e Marco Donadel. Prende forma una bella squadra, che si dimostrerà perfettamente in grado di mettere in condizione la sua punta di diamante Toni di vincere addirittura – primo italiano di sempre – la Scarpa d’Oro. Ad orchestrare questa banda di suonatori di primissimo livello viene chiamato un giovane promettentissimo allenatore che aveva già fatto cose egregie a Parma, mentre a Roma aveva dovuto rinunciare per motivi di salute della moglie. Cesare Prandelli arriva attirato dal progetto di Della Valle di vittoria dello scudetto entro il 2011.

La partenza è delle migliori. Quell’anno è una cavalcata sfrenata non solo per Luca Toni, ma per tutta la squadra. Il bomber di Pavullo ne fa trentuno (di gol), la squadra ne fa 74 (di punti). Con la Juve ci facciamo sorprendere alla fine da Camoranesi a Firenze, ma a Torino li facciamo tremare e solo alla fine Del Piero pareggia il vantaggio di Toni. All’ultima giornata il trionfo a Verona, sponda Chievo, ci dà la matematica certezza della qualificazione agli spareggi Champion’s a spese della Roma di Spalletti che ha tentato in tutti i modi di soffiarci il posto, senza riuscirci.

La festa a Verona è grande, ma mentre i giocatori ancora scorrazzano per il campo con le loro pittoresche parrucche viola, già cominciano a circolare le prime voci di qualcosa che è successo, di provvedimenti in arrivo e del fatto che la festa in corso è basata sul nulla, e tutto è stato inutile.

Alla Juventus già indagata da una settimana per le malversazioni di Moggi si stanno aggiungendo anche Milan, Lazio ed appunto Fiorentina, tirata in ballo per le telefonate a Mazzini. Dalla festa al dramma è un attimo. Si ha un bel dire che si è trattato di protestare (alla luce del sole) contro i torti arbitrali subiti dalla Fiorentina nel campionato precedente. Da una parte Diego della Valle con il suo “MALE NON FARE PAURA NON AVERE”. Dall’altra il Procuratore Federale Palazzi, con le intercettazioni telefoniche effettuate dai carabinieri, teatro dello scontro un regolamento che è la negazione del diritto in uno stato moderno (non vale la presunzione di innocenza come nel resto dell’ordinamento giuridico italiano, qui vale la presunzione di colpevolezza, tocca alla Fiorentina  dimostrare di essere pulita, fino a prova contraria è da condannare). Le richieste di Palazzi, pienamente accolte in prima istanza, sono durissime. Non solo la Juve in B (meritatamente), ma anche Milan, Lazio e Fiorentina. Arrivano gli avvisi di garanzia ai fratelli Della Valle e a Mencucci.

Il giorno che arriva la sentenza della Giustizia Sportiva è lo stesso in cui la squadra si riunisce a Folgaria per il ritiro in vista della nuova stagione. Mentre la squadra si prepara alla grande impresa che l’aspetta, nel frattempo in secondo grado di giudizio le pene vengono ridimensionate: in B ci va solo la Juve, Milan e Lazio hanno una penalizzazione leggera, alla Fiorentina tocca iniziare la serie A da -15. Tremenda, ma si può, si deve fare.

Corvino pesca dal disastro juventino il fenomeno Adrian Mutu e dal Parma il portiere fuoriclasse Sebastien Frey, oltre agli ottimi Liverani dalla Lazio e Santana dal Palermo, mentre Della Valle convince Toni a rimanere un altro anno per dare una mano a salvare la squadra. Cesare Prandelli prepara 35 ragazzi ad affrontare la stagione successiva come fosse l’ultima della loro vita.

Parafrasando Winston Churchill, dovesse la Fiorentina durare mille anni, i tifosi diranno sempre che quella è stata la loro ora più grande. La Fiorentina gioca davvero la stagione della vita. Quell’anno non c’è Fiorentina-Juventus (per colpa della Juventus stavolta), ma i viola le giocano tutte come se davanti ci fosse la Vecchia Signora. Luca Toni gioca con una tarsalgia tutto l’anno, come già Giancarlo Antognoni nel 1978, non ripete l’exploit dell’anno prima ma ne fa sempre 16, e altri 15 ne fa il fenomeno Adrian Mutu. Alla fine saremmo terzi, qualificati per la Champion’s per il secondo anno consecutivo. Per il secondo anno consecutivo invece va a giocarla la Roma, l’anno prima per la squalifica di Calciopoli, quest’anno per la conseguente penalizzazione che ci relega al quinto posto. Da -15 all’Europa League. Un’impresa che non ha precedenti.

Pagati i debiti con la giustizia, si riparte per una nuova stagione normale. Luca Toni viene ceduto al Bayern come promesso. Al suo posto non si decide subito se promuovere il giovane Pazzini o l’anziano Christian Vieri assunto per fargli appunto da chioccia, e ciò sarà fonte di problemi. Arriva anche la promessa argentina Osvaldo e va via quella bulgara Bojinov, mai esplosa. Arrivano una serie di talenti, da Lupoli a Mazuch, da Hable a Vandenborre a Semioli, dei quali nessuno esploderà mai, e mai sapremo esattamente perché. L’unico che ci ricorderemo tra i tanti che passano di corsa da Firenze (e dalle plusvalenze del bilancio viola) è Papa Waigo, che lega il suo nome all’impresa che vale più di tutte per il tifoso viola. La Juve, dopo un anno di purgatorio, è tornata in A. Se a Firenze è il solito scialbo 1-1 in rimonta, a Torino al ritorno arriva il giorno atteso da dieci anni dai tifosi gigliati. L’ultima volta era successo con Batistuta in squadra e Trapattoni in panchina, a Firenze , nel 1998. Un’altra vita….

E’ il 2 marzo del 2008 quando rimontando uno svantaggio iniziale di 2-0, segnano prima Gobbi, poi Papa Waigo e alla fine, a due minuti dal termine, Osvaldo. Dopo vent’anni la Fiorentina torna a vincere a Torino. Gli Ultras tornano ubriachi di gioia (e non solo) cantando “perché perchéééééé, la domenica a Torino in cinquecentooooo….perchééééé, perchéééé, 21-, 2-2, 2-3!!!!!!!!!

La stagione è più che salva, anche se i proprietari della Fiorentina storcono un po’ il naso, accusando di provincialismo la città di Firenze perché non la smette di considerare la partita con i gobbi diversa dalle altre e in qualche modo condizionante la stagione. Tuttavia, quella è una stagione che non vive solo di quella partita. Momenti topici sono la rovesciata di Osvaldo che a 15 minuti dalla fine del campionato ci dà una nuova vittoria a Torino (stavolta sulla sponda granata) e la qualificazione alla Champion’s League a spese nientemeno che del Milan, e il rigore sbagliato da Christian Vieri che consegna ai Glasgow Rangers immeritatamente la finale di Europa League. Dopo due anni di triboli ci si può stare, alla grande.

La sera della vittoria a Torino, al Franchi ad aspettare la squadra per portarla in trionfo ci sono circa 40.000 persone sugli spalti, come era successo più di dieci anni prima per la penultima vittoria in Coppa Italia. In quel momento i Della Valle sembra che siano in sintonia con Firenze, e intendano ripagare tanta passione con investimenti adeguati.

In estate arrivano Felipe Melo, Stevan Jovetic, Juan Vargas, Alberto Gilardino, più una serie di rincalzi adeguati al doppio impegno che aspetta la squadra. Si fa sul serio. La stagione 2008-09 ci vede pagare lo scotto del noviziato in Champion’s, dove non passiamo il primo turno finendo dietro Bayern e Lione. Ma in campionato ripetiamo una bella stagione. Prandelli fa giocare bene la squadra, fa crescere i giovani, ottiene risultati in serie, vince poco con le grandi, è vero, però ogni tanto qualche soddisfazione ce la fa togliere, come il 4-1 alla Roma umiliata e sbeffeggiata al Franchi. Con la Juve 1-1 a Firenze con gol al 90° che fa entrare subito Alberto Gilardino nel cuore dei tifosi, e sconfitta a Torino. Parrebbe tuttavia di poter arrivare addirittura secondi, a due giornate dalla fine. Invece è quarto posto, ancora spareggi di qualificazione alla Champion’s. Un’altra bella stagione in archivio. Un’altra estate di felicità per i tifosi viola, in attesa di un futuro che pare roseo oltre i sogni più sfrenati.

Eppure…. è proprio in quel momento che il giocattolo si rompe. Nessuno può accorgersene in quel momento, ma è allora che i primi nodi vengono al pettine. Nessuno saprà mai veramente cosa è scattato nel cervello dei Della Valle, ma qualcosa scatta. Corvino celebra il suo successo forse più grande, la vendita alla Juve di Felipe Melo per 25 milioni di euro, poi cerca di vendere Mutu alla Roma a tre giorni dal preliminare di Champion’s e senza sostituzione, con Prandelli che sbatte i pugni sul tavolo per sventare l’operazione. Il preliminare viene passato in tromba, siamo in Champion’s.

Parte la regular season, parte anche bene. Ma a ciel sereno a settembre Andrea Della Valle scatena l’inferno dimettendosi da Presidente ed accusando il Comune di Firenze di non aver mantenuto i patti a proposito del progetto Cittadella Viola. Il nuovo Sindaco Renzi non è sulla stessa lunghezza d’onda di Domenici, il suo predecessore, a quanto pare. Nel giro di pochi giorni si riprecipita in una bolgia di polemiche manco fossimo nelle peggiori stagioni di lotta per la salvezza.

In questa situazione, Prandelli, rimasto praticamente da solo a fare da allenatore-manager e quant’altro, riesce a compattare la squadra e a raddrizzare un campionato da cui i giocatori erano stati inevitabilmente distratti, e riesce anche a superare brillantemente il primo turno di Cahmpion’s, con il Liverpool addirittura battuto due volte, a Firenze e ad Anfield Road. Stavolta You’ll never walk alone siamo noi a cantarlo.

In quel momento, al tecnico vittorioso si avvicina un dirigente e gli sussurra che “può trovarsi un’altra squadra”. A giro per la città inoltre cominciano a circolare le voci che il mister é andato a Torino ad offrirsi alla Juve. La tifoseria si spacca, il campionato dei viola ne risente. La situazione regge fino allo scontro con il Bayern per gli ottavi di finale della Coppa. Il furto in mondovisione perpetrato a Monaco da Ovrebo sotto gli occhi di Platini, e l’orgoglioso ma vano tentativo di annullarne gli effetti al ritorno a Firenze, dapprima  sembrano ricementare ambiente e tifoseria. In realtà valgono come preludio alla fine. L’Inter ci elimina dalla Coppa Italia con il fuoriclasse Eto’o, e lì finisce la Fiorentina di Cesare Prandelli ed il primo ciclo dei Della Valle.

A Cesare viene offerta la panchina della Nazionale, sapendo già che Lippi lascerà dopo il mondiale (che si rivelerà disastroso). Cesare vede bene di accettare, sapendo che i suoi giorni alla corte dei Della Valle sono finiti. Ad Andrea che ad ottobre, in occasione di una partita a Firenze della Nazionale, gli dice: “un giorno mi ringrazierai”, risponde seccamente: “se vuoi posso già farlo adesso”.

E’ finito molto di più di un ciclo. Il giovane inesperto Sinisa Mihajlovic viene chiamato a gestire un parco giocatori probabilmente arrivato a fine corsa come gruppo e per di più ancora troppo legato al precedente allenatore. Come lo sono del resto molti tifosi. Al serbo non viene perdonato nulla. La stagione è talmente incolore che per la prima volta nella storia si assiste allo spettacolo dello Stadio Franchi con larghi vuoti tra il pubblico sugli spalti. Match incolori perfino con la Juve, lo 0-0 dell’aprile 2011 passerà alla storia come una delle partite più noiose di sempre.

Si parte male anche nel 2011-12, dopo un’estate in cui l’unico acquisto eclatante è stato un responsabile della comunicazione preso dal processo di Biscardi, che non ha ancora posato a terra le valigie e già ha offeso l’idolo storico di questa città, quel Giancarlo Antognoni che i Della Valle hanno paura a chiamare in società, per paura che dia loro loro ombra.

A dicembre, Sinisa Mihajlovic non ce la fa più, i risultati sono pessimi. Il serbo viene esonerato, al suo posto viene chiamato un allenatore che ha ottenuto qualche successo con la Lazio di Lotito ed il Palermo di Zamparini, Delio Rossi. Il quale si presenta avallando la cessione al Genoa (diretta concorrente) di Alberto Gilardino e la follia dello spostamento di Jovetic a prima ed unica punta, o in alternativa nessuna punta. In un batter d’occhio, si vola fuori dalla Coppa Italia per mano della Roma e ci si ritrova a -5 dalla zona salvezza.

Ma non è tutto. Ancora la dignità della maglia sarebbe salva. Ci si può scagliare contro questo o quel giocatore, questo o quel dirigente. Ma la maglia viola è ancora limpida, intatta, e semmai soltanto in attesa di petti più nobili da cui essere indossata. Fino a sabato 17 marzo 2012. Arriva la Juve, ci diciamo tutti quello che è ovvio da sempre: “vai, hanno su un piatto d’argento l’occasione di salvare la stagione, basta che diano tutto e batteremo loro le mani come sempre!

Per la prima volta nella stagione stadio quasi pieno. Per la prima volta da due anni e più, entusiasmo alle stelle, tutti uniti dietro la maglia contro gli avversari di sempre. E’ proprio la maglia viola, questa volta, a prendersi gli schizzi di letame. Di quelli che ci vorranno tanti di quei lavaggi per toglierli da farla scolorire. Di quelli che non ci toglieremo mai più dalla memoria.

La Juventus viene a passeggiare al Franchi, pascolando le sue truppe finché non sono sazie del 5-0 finale. All’inizio della ripresa, constatato che i nostri non esistono, non sono nemmeno scesi in campo, quasi che avessero addosso la maglia degli scapoli contro gli ammogliati, metà dei presenti allo stadio abbandonano le gradinate (era mai successo, con la Juve?) e si riversano fuori della Tribuna d’Onore a contestare pesantemente.

Credevamo di aver visto e sofferto di tutto nell’anno del fallimento e della C2. Questa invece è la notte più nera. Siamo morti e rinati tante volte. Ma questa volta è veramente dura.

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